Al via il progetto Z.O.L.F.O.

Il complesso termale sito in Val Calaona, all’interno del comune di Baone,
ormai in completo stato di abbandono e degrado, non ha mancato di attirare su di se
l’attenzione di varie associazioni locali che si occupano di cultura ed ambiente. Non ultima cosa,
nel 2015,  il plesso era stato protagonista di un servizio del tg satirico di canale 5, ottenendo così una risonanza mediatica
a livello nazionale.
Il Centro di Cultura La Medusa di Este, associazione che da 25 anni si occupa di arte e cultura in città, ma sensibile anche ai problemi legati al territorio, ha cercato di coniugare la propria attitudine culturale alle tematiche di riqualificazione ambientale attraverso l’opportunità fornita dal bando “culturalmente 2016” della Fondazione Cariparo, dando vita al progetto “Z.o.l.f.o”, acronimo di “zone o luoghi fuori dall’ ordinario”, che ha come oggetto la riqualificazione di alcune aree accomunate dalla presenza di sorgenti termali naturali, individuando come luoghi d’intervento la Val Calona e l’area dell’ ex parco Imps di Battaglia Terme.
Per mezzo delle risorse messe a disposizione dalla Fondazione, verranno organizzate una serie di iniziative, dal ripristino ambientale con la pulizia dei siti alle manifestazioni aperte al pubblico e la cittadinanza, per sensibilizzare abitanti, amministratori e istituzioni alla riscoperta di quei luoghi come bene comune.
La fase propedeutica al progetto si avvierà già dai prossimi mesi con seminari, incontri, laboratori didattici e la produzione di video documentari, mentre le manifestazione in situ sono previste per l’inizio del prossimo settembre.
Le iniziative promosse dal progetto saranno attuate coinvolgendo gli studenti delle scuole superiori, le varie associazioni locali e giovani artisti under 35, con il coordinamento e la pluriennale esperienza de La Medusa.
Un altro denominatore comune tra i due luoghi individuati per “Zolfo”, oltre la già citata presenza delle fonti termali, è anche la congiunzione dei due poli attraverso una via fluviale, il canale Bisatto, già oggetto di interesse e iniziative da parte de La Medusa con il progetto “Water City- la città e l’acqua” nel 2014, che per l’occasione si renderà protagonista collegando fisicamente Este/Baone – Battaglia, attraverso la collaborazione con i circoli  Remieri di Monselice e Battaglia Terme, partner del progetto, con attività on-board.culturalmente2016-articolo2
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LA NECROPOLI DI SANTO STEFANO

Una passeggiata nel centro cittadino ci porta a riscoprire, a contatto con la città moderna, i resti del passato antico di Este. Contesti archeologici, come aree funerarie e quartieri di abitazioni, scavati tra XIX e XX secolo e successivamente restaurati per essere aree archeologiche fruibili dal pubblico, proiettano nella nostra quotidianità la ricchezza del patrimonio storico-monumentale e completano la visita alle collezioni del Museo Nazionale Atestino (fig. 1). A nord-ovest del centro storico attuale, si sviluppava in antico una fascia di necropoli, utilizzata tra l’VIII (età del Ferro) e il II sec. a.C. (fase di romanizzazione). L’area funeraria, alle falde del Colle del Principe, era esterna all’abitato e risultava da questo separata da un corso d’acqua di derivazione collinare, confluente nell’Adige antico. L’area di nostro interesse, adiacente alla chiesa medievale di S. Stefano, è nota anche come “necropoli della Casa di Ricovero”, poiché è stata indagata estensivamente negli anni Ottanta in occasione di scavi condotti nel cortile della Pia Casa di Ricovero, in via preliminare ad interventi edilizi di miglioramento della struttura.

Questo settore costituisce il nucleo principale delle necropoli atestine settentrionali; infatti era noto agli studi dalla fine del XIX secolo, grazie a numerosi ritrovamenti archeologici (casa Muletti Prosdocimi, casa Alfonsi, villa Benvenuti; si pensi che la famosa situla Benvenuti è stata ritrovata a circa 200 m da qui). A seguito dell’iniziale scoperta di un nucleo di una trentina di tombe avvenuta tra il 1882 e il 1895, le prime ricerche furono condotte da Alfonso Alfonsi (1895-1897), portando alla luce circa 120 sepolture, delimitate da una cordonata di lastre calcaree infisse verticalmente nel terreno. In un’area contigua, nel cortile della Casa di Ricovero, la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto avviò campagne di scavo stratigrafico, che tra gli anni 1983 – 1993 hanno restituito altre 150 tombe. Questa importante serie di indagini ha permesso di approfondire notevolmente la conoscenza sulla necropoli, che fu utilizzata senza interruzioni dall’epoca protostorica (VIII sec. a.C.) sino alla fase romana. Le tombe sono ricavate sul declivio collinare, entro uno strato di terreno alluvionale composto da sabbia finissima e argilla (che già il Prosdocimi a fine Ottocento identificò come apporto artificiale connesso all’allestimento del sepolcreto). Uno dei tratti salienti di questo contesto pluristratificato è l’alta densità delle sepolture, che risultano sovrapposte e ravvicinate, e sono distribuite su uno spessore di 4-5 metri entro una superficie di circa 500 mq. Il rito funerario prevalente è l’incinerazione, ovvero la cremazione del defunto. Le ossa combuste e altri oggetti ed ornamenti personali venivano collocati nel vaso ossuario. Questo poteva essere deposto entro una fossa scavata nel terreno o entro una cassetta litica (realizzata con scaglie di calcare), o anche in un dolio. La sepoltura, in base al rango del defunto, è accompagnata da altri elementi di corredo: vasi, oggetti personali, utensili e il vasellame utilizzato per la libagione durante il banchetto funebre.

Le sepolture più antiche si datano a partire dall’VIII sec. a.C. In questa prima fase sono quasi esclusivamente tombe ad incinerazione entro pozzetto semplice, con accumulo di sedimento e pietrame a copertura. Non c’è una chiara articolazione per settori, ma anzi si occupano in modo discontinuo i tre gradoni del pendio. Si sviluppano progressivamente anche altre strutture funerarie, caratterizzate da tumuli di terreno delimitati da circoli di trachite. Ciascuna unità così articolata accoglie una o due tombe (ovvero la sepoltura dei resti cremati dei defunti entro le cassette di scaglia). Simili tumuli collettivi sono espressione di nuclei familiari.  La fase tra metà del VII e metà del VI sec. a.C. segna un ampliamento della necropoli e corrisponde all’installazione di un complesso sistema di allineamenti e delimitazioni, costituiti da lastre di calcare infisse verticalmente nel terreno. L’organizzazione dello spazio implica una precisa progettualità, che esprime strutture sociali e raggruppamenti di tipo gerarchico. I tumuli funerari sono delimitati da grandi lastre di pietra, che possono essere disposte a formare recinti aperti, infisse con andamento rettilineo o a profilo semicircolare oppure a costituire un recinto piriforme. Si è osservato che le posizioni delle sepolture riflettono il rapporto gerarchico tra i diversi nuclei familiari (o gentilizi), tra loro suddivisi per differente livello sociale. I tumuli risultano orientati in modo da rivolgere l’accesso verso l’abitato. Il passaggio alla terza fase di utilizzo del sepolcreto è scandita da una sequenza di depositi alluvionali.necropoli-1

Si assiste ad una nuova concezione di organizzazione dello spazio funerario, incentrata sull’allestimento di un grande tumulo, monumentale, nel settore settentrionale (VI sec. a.C.). Dalla metà del V sec. a.C. le sepolture si concentrano in nuclei iso-orientati, distribuiti nel settore sud-occidentale. Agli inizi del III sec. a.C. si data la ricchissima tomba femminile di Nerka Trostiaia  (esposta nella VI sala del Museo Nazionale Atestino): la cassa sarcofago, di dimensioni monumentali, con tetto a doppio spiovente riproduce un arredo domestico, sino al modellino del telaio verticale. Il periodo conclusivo della necropoli protostorica è più difficilmente ricostruibile, a causa delle interferenze dai livelli sovrastanti, di epoca successiva, sino ad interventi più recenti nell’area della chiesa ed annessoconvento.

 La straordinaria ricchezza dei corredi funerari dei Veneti Antichi, l’originalità del loro panorama funerario e, più in generale, gli aspetti della loro quotidianità esercitano un fascino indiscusso anche sull’osservatore moderno. L’area archeologica di via S. Stefano ci presenta la visita ad un settore della necropoli protostorica sui livelli in cui si è attestata l’indagine archeologica, mantenuti a vista. Questo contesto dunque ci permette di comprendere l’articolazione di un’area funeraria presso i Veneti Antichi tra fine VII e inizio VI sec. a.C., organizzata in strutture funerarie (circoli in pietra e tumuli delimitati da lastre di trachite), tombe a cassetta in calcare dei Colli Euganei e cippi in trachite.necropoli-2

testo a cura di: Chiara Maratini
foto : Fabio Veronese

da ” Lo sguardo della Medusa” ,

rubrica della rivista “Euganeamente” a cura del

Centro di Cultura La Medusa